E’ successo tutto molto in fretta.
Sapevo che sarebbe arrivato questo momento, ma non avevo certezze sui tempi.
Avevo presentato la domanda di traferimento a Roma due anni fa, in un momento difficile e drammatico della mia vita, in un momento in cui sentivo il bisogno di tornare a casa, tra i miei affetti.
Sentivo il bisogno di crescere professionalmente, perchè purtroppo non mi accontento mai, soprattutto di me stesso.
Dopo due anni si è presentata la possibilità di cambiare. Cambiare lavoro, cambiare vita, per l’ennesima volta.
La Rai ha accolto la mia domanda di trasferimento: vado a lavorare al Tgr Lazio.
Non saprei da dove iniziare con i ringraziamenti. Tanti amici, colleghi, volti e anime di questa terra che mi ha accolto 15 anni fa, che è diventata anche la mia terra.
Ho scoperto una regione bellissima, affascinante, nella quale l’intensità dei rapporti umani mi ha colpito fin dal primo momento.
Fino all’età di 24 anni, infatti, avevo vissuto in una metropoli, nella quale al massimo ti scambi un saluto con il vicino di casa.
E’ stato meraviglioso ritrovarmi in una dimensione completamente diversa, più a misura di essere umano.
E questi rapporti oggi me li porto tutti dentro. Gli amici continuerò a vederli; chi mi segue su Facebook e sul blog continuerà a dialogare con me (perdonandomi per i ritardi di alcune risposte); tutti gli altri, tutti i lucani (beh, quasi tutti) continuerò a sentirli accanto a me, anche in questa nuova avventura professionale.
Ringrazio il mio caporedattore, Renato Cantore, che mi ha concesso grandi opportunità e me ne ha negate altre.
La stima non è diminuita e spero di non averlo deluso. Come spero di non aver deluso i lucani che mi hanno seguito fino ad oggi.
Ringrazio i colleghi della redazione del Tgr Basilicata che hanno sopportato i miei sbalzi d’umore, la mia insoddisfazione, il mio bisogno di andare oltre, che spesso mi ha reso insopportabile.
 

Quello che hanno rappresentato per me questi quindici anni di vita lucana, lo racconto nell’articolo pubblicato dal "Quotidiano della Basilicata", con una bellissima nota del Direttore, Paride Leporace, che parla fin troppo bene di me.
Lo pubblico di seguito (il mio articolo non quello di Paride, che mi imbarazzo).

E’ da un mese che penso a cosa avrei scritto nel momento in cui mi avrebbero comunicato il mio trasferimento a Roma.
Quel giorno è arrivato e ancora non ho trovato  le parole giuste, perché non è possibile trovare le parole per descrivere quindici anni così intensi, così stimolanti.
Arrivai in Basilicata per una scommessa, per un progetto culturale che ancora oggi continua a dare i suoi frutti.
Poi ho ritrovato il mio lavoro, il giornalista. Quello che ho sempre sognato, fin da bambino, quello che facevo a Roma, prima di decidere questa migrazione "al contrario".
Ho provato più volte a lasciarlo, ma mi ha sempre richiamato: le collaborazioni con i giornali locali (con il Quotidiano c’è mancato poco e mi dispiace); con Teleregione, l’ultima tv privata di Potenza; gli uffici stampa; l’apertura di un quotidiano regionale in internet; la Rai, quando avevo deciso per l’ennesima volta di cambiare mestiere.
Sono cresciuto ancora in questa regione. Credo di aver dato tanto e sicuramente ho preso tanto dalla Basilicata.
Non solo professionalmente. Tanti amici, tanto affetto, tanta stima che oggi mi rende più dolorosa questa partenza. Non distacco o abbandono, ma semplicemente partenza, perché la Basilicata me la porterò sempre dentro.
La Rai mi ha permesso di conoscere a fondo questa regione che per me, prima del 1993, era praticamente sconosciuta. Le uniche conoscenze erano quelle della geografia studiata alle scuole medie.
Una scoperta bellissima per chi, come me, ama la natura, il verde, le persone vere che ti aprono casa e ti fanno sentire uno di loro, anche se sei sempre "il romano".
Ho iniziato da Melfi, dove ho vissuto per dieci anni, poi Potenza, infine il bellissimo "eremo" nei boschi di Pignola. E poi la scoperta di tanti paesini dei quali non potevo non innamorarmi, io nato e cresciuto tra i palazzi di otto piani, le macchine, l’asfalto.
Un territorio di un fascino straordinario, che ho provato a raccontare in questi anni, cercando di non nascondere mai l’amore per questa terra.
Perché è vero che un giornalista deve sempre osservare la realtà con il giusto distacco, ma senza il cuore questo mestiere non si può fare.
Me ne sono reso conto a Scanzano, nel 2003 – durante la protesta contro il deposito di scorie nucleari – quando ho cercato di raccontare l’orgoglio, la determinazione, la civiltà dei lucani. Credo che se non avessi condiviso quelle emozioni, senza aver pianto di gioia con loro nel momento della vittoria, non sarei stato utile a quella causa. Perché per me il giornalismo deve essere utile alle persone.
Avrei mille storie da raccontare, tanti aneddoti, episodi, persone, che in questi anni hanno contribuito a creare un legame sempre più forte con questa regione.
Ora parto per una nuova avventura professionale, che ho desiderato in un momento particolare della mia vita. Torno nella mia città, dalla mia famiglia, con una nuova sfida lavorativa.
Ringrazio i colleghi e il Direttore del Quotidiano per l’affetto e per avermi offerto la possibilità di salutare tutti i lucani che mi vogliono bene. Un sentimento ricambiato, che continuerò a coltivare anche a distanza, sul mio blog, su Facebook e tornando molto spesso da queste parti.
Non vi libererete facilmente di me.
Alfredo Di Giovampaolo

 





Ho ricevuto un messaggio nella posta di Facebook da parte di un ragazzo lucano - che ora vive a Milano - che, tra le altre cose, mi segnalava un fatto sconcertante.

Oggi mi sono recato al Policlinico di Milano in Via Sforza 35 per donare il sangue.
Sono andato via dal Poli con un grande disappunto senza aver potuto donare il sangue!
Perchè, mi chiedi?
Perchè sono omosessuale!
Non mi hanno neanche prelevato il sangue per vedere se era infetto, ma mi hanno detto "siccome tu sei Omosessuale non puoi donare il sangue, perchè sei considerato una categoria a rischio".
Io ero esterefatto perchè davvero non ero al corrente di questa forma di discriminazione legalizzata.
Io non potrò MAI donare il sangue! Ciò è di una violenza inaudita.
E che ne è allora dell’omosessuale e di chi invece ha rapporti omosessuali?
Che ne è dell’uomo sposato che non dichiara di avere rapporti omosessuali (se ce li ha) e dona il sangue?
Come decide il medico scientificamente se uno è omosessuale o no?

Luca (lo chiamerò così per tutelare la sua privacy) mi chiedeva se potevo occuparmi della vicenda come giornalista.
La storia mi ha lasciato piuttosto incredulo e ho provato a documentarmi in rete, scoprendo che il Policlinico di Milano ha già avuto l’onore delle cronache nazionali (fin dal 2005) per questi casi di discriminazione nei confronti dei gay.
L’ex Ministro della Salute, Umberto Veronesi, aveva modificato la legge, sostituendo la frase "categorie a rischio" con "comportamenti a rischio" (che vuol dire avere rapporti non protetti - anche eterosessuali - con persone diverse).
Ma la direzione del Policlinico ha sempre continuato a giocare sull’ambiguità delle formule, impedendo di fatto agli omosessuali (quelli che dichiarano il loro orientamento sessuale) di donare il sangue.
Anche se i dati epidemiologici (Fonte Ministero della Salute) dicono che

nel 1997 la percentuale dei casi di Aids era infatti costituita per il 58,1% da tossicodipendenti e per il 20,7% da contatti eterosessuali e per il 15% omo/bisessuali;
nel 2007 i casi tra i tossicodipendenti sono diminuiti al 27,4% mentre i contatti eterosessuali sono passati al 43,7% e quelli omo/bisessuali al 22%.

Della vicenda non potrò occuparmi nel Tg della Basilicata, perchè il fatto si è svolto a Milano.
Ma prendendo spunto da questa storia - raccontata da un lucano - mi piacerebbe raccontare il disagio che vivono quotidianamente i giovani omosessuali della Basilicata.
Apparentemente non esistono, non se ne parla neanche, è una presenza invisibile.
Se qualcuno si rende conto di esserlo preferisce scappare, emigrare.
Ho provato a cercare qualche riferimento di associazioni, o gruppi, o locali della regione, ma non ho trovato nulla e neanche l’Arcigay ha una sede lucana.
Credo che la stessa situazione sia analoga a quella di altre regioni meridionali, ma per il momento mi interessa la Basilicata.
Sono già in contatto con altri ragazzi - oltre a Luca - disposti a parlare della loro condizione al microfono (con la garanzia dell’anonimato e senza il rischio di essere riconosciuti).
Se ci fosse qualcuno disposto a fare altrettanto - o se conoscete qualcuno che vive una particolare situazione di disagio, discriminato per la sua omosessualità - basta segnalarmelo lasciando un commento anonimo qui.
Provvederò io a ricontattare l’interessato tramite l’indirizzo mail (che deve essere inserito obbligatoriamente quando si commenta, ma che non viene pubblicato).