Ho ricevuto un messaggio nella posta di Facebook da parte di un ragazzo lucano - che ora vive a Milano - che, tra le altre cose, mi segnalava un fatto sconcertante.

Oggi mi sono recato al Policlinico di Milano in Via Sforza 35 per donare il sangue.
Sono andato via dal Poli con un grande disappunto senza aver potuto donare il sangue!
Perchè, mi chiedi?
Perchè sono omosessuale!
Non mi hanno neanche prelevato il sangue per vedere se era infetto, ma mi hanno detto "siccome tu sei Omosessuale non puoi donare il sangue, perchè sei considerato una categoria a rischio".
Io ero esterefatto perchè davvero non ero al corrente di questa forma di discriminazione legalizzata.
Io non potrò MAI donare il sangue! Ciò è di una violenza inaudita.
E che ne è allora dell’omosessuale e di chi invece ha rapporti omosessuali?
Che ne è dell’uomo sposato che non dichiara di avere rapporti omosessuali (se ce li ha) e dona il sangue?
Come decide il medico scientificamente se uno è omosessuale o no?

Luca (lo chiamerò così per tutelare la sua privacy) mi chiedeva se potevo occuparmi della vicenda come giornalista.
La storia mi ha lasciato piuttosto incredulo e ho provato a documentarmi in rete, scoprendo che il Policlinico di Milano ha già avuto l’onore delle cronache nazionali (fin dal 2005) per questi casi di discriminazione nei confronti dei gay.
L’ex Ministro della Salute, Umberto Veronesi, aveva modificato la legge, sostituendo la frase "categorie a rischio" con "comportamenti a rischio" (che vuol dire avere rapporti non protetti - anche eterosessuali - con persone diverse).
Ma la direzione del Policlinico ha sempre continuato a giocare sull’ambiguità delle formule, impedendo di fatto agli omosessuali (quelli che dichiarano il loro orientamento sessuale) di donare il sangue.
Anche se i dati epidemiologici (Fonte Ministero della Salute) dicono che

nel 1997 la percentuale dei casi di Aids era infatti costituita per il 58,1% da tossicodipendenti e per il 20,7% da contatti eterosessuali e per il 15% omo/bisessuali;
nel 2007 i casi tra i tossicodipendenti sono diminuiti al 27,4% mentre i contatti eterosessuali sono passati al 43,7% e quelli omo/bisessuali al 22%.

Della vicenda non potrò occuparmi nel Tg della Basilicata, perchè il fatto si è svolto a Milano.
Ma prendendo spunto da questa storia - raccontata da un lucano - mi piacerebbe raccontare il disagio che vivono quotidianamente i giovani omosessuali della Basilicata.
Apparentemente non esistono, non se ne parla neanche, è una presenza invisibile.
Se qualcuno si rende conto di esserlo preferisce scappare, emigrare.
Ho provato a cercare qualche riferimento di associazioni, o gruppi, o locali della regione, ma non ho trovato nulla e neanche l’Arcigay ha una sede lucana.
Credo che la stessa situazione sia analoga a quella di altre regioni meridionali, ma per il momento mi interessa la Basilicata.
Sono già in contatto con altri ragazzi - oltre a Luca - disposti a parlare della loro condizione al microfono (con la garanzia dell’anonimato e senza il rischio di essere riconosciuti).
Se ci fosse qualcuno disposto a fare altrettanto - o se conoscete qualcuno che vive una particolare situazione di disagio, discriminato per la sua omosessualità - basta segnalarmelo lasciando un commento anonimo qui.
Provvederò io a ricontattare l’interessato tramite l’indirizzo mail (che deve essere inserito obbligatoriamente quando si commenta, ma che non viene pubblicato).