5
nov
Giovanni ragiona sui recenti fatti di cronaca e sui rischi di atteggiamenti xenofobi e razzistici che potrebbero diffondersi (o si stanno già diffondendo) nel nostro Paese.
Leonardo, ci ricorda alcuni recenti crimini, sottolineando che i responsabili (o presunti tali) sono tutti italiani.
Ivan invece ricorda che un mese fa un italiano condannato per stupro, ottenne le attenuanti per "le particolari impronte culturali ed etniche”. Era di origini sarde.
Ieri riflettevo con Mariangela su quello che sta succedendo in
questi giorni e mi è venuto in mente uno spettacolo, messo in scena qualche tempo fa da L’Albero di Minerva.
Uno spettacolo molto bello che raccontava una storia molto triste: quella dei copii strazii.
I copii strazii sono i ragazzi di strada di Bucarest.
Quelli che - dopo la fine della dittatura di Ceausescu, nel 1989 - sono stati abbandonati dalle tante famiglie rumene ridotte in miseria.
Bambini - tra i 4 e i 20 anni - che hanno trovato rifugio nelle fogne di Bucarest, facendole diventare la loro casa.
Furti, droga, prostituzione, malattie veneree, aids: questa è l’infanzia che hanno conosciuto.
Oggi, chi di loro è riuscito a sopravvivere, forse è tra i criminali che infestano le nostre città.
In questi giorni, i telegiornali e i giornali si sono occupati abbondantemente della atroce fine di Giovanna Reggiani e della presenza dei romeni e dei rom (non sono la stessa cosa) in Italia.
La solita abbuffata mediatica, scatenata dall’emozione del momento e che, molto probabilmente, si andrà esaurendo nei prossimi giorni.
E poi, le strumentalizzazioni di una politica, ormai ridotta a rissa continua.
Si guarda tutto dalla superficie, senza mai mettere la testa sotto il pelo dell’acqua.
Lo fa la politica, lo fa la stampa, lo fanno i cittadini.
"Un bambino che è coperto soltanto dall’immondizia che gli hanno buttato addosso gli altri.
Un bambino che ha dimenticato anche come si piange, risparmiando le lacrime per quando ha sete.
Un bambino dimenticato dalla sorte e dai suoi simili.
Simili che gli hanno dato il vestito che a loro non piaceva più e gli spiccioli che occupavano troppo spazio in tasca, senza dargli il giorno di domani".
Questa l’ha scritta Alina. Una ragazza romena.
P.S. Oggi un amico è diventato più saggio, più maturo (un modo carino per dire "più vecchio"). Tanti auguri a colui che mi sta facendo scoprire i tanti misteri della rete! Buon compleanno Giuseppe.
22
ago
Torno dopo una settimana di assenza dal blog, per parlarvi dell’ultimo libro che ho letto: Lucani altrove. Un popolo con la valigia (Ed. Memori).
Lo ha scritto Renato Cantore, caporedattore del Tg Regionale della Basilicata della Rai.
“Ma è il tuo capo - direte voi - c’è un conflitto di interessi”.
Chi mi conosce, sa bene che se non avessi apprezzato il libro - oltre a dirglielo in faccia - non ne avrei neanche parlato.
Invece il libro mi è piaciuto, perché racconta storie curiose, a volte divertenti, spesso commoventi.
Le storie dei lucani che - dal’800 a oggi - se ne sono andati dalla Basilicata e hanno fatto fortuna altrove.
Le storie delle “Basilicate” che si possono trovare in ogni parte del mondo, dove vivono 800 mila lucani (per chi non lo sapesse in Basilicata ce ne sono circa 600 mila).
C’è la storia di chi - partito da Rapone alla volta di New York - si è inventato una scuola guida per poveri e con la patente ha dato loro un mestiere per vivere. Oggi è miliardario.
C’è la storia del giovane musicista di Pisticci che - a Toronto, in Canada - ha messo su un’emittente radiofonica, che ancora oggi - cinque anni dopo la sua morte - trasmette in 33 lingue diverse e occupa un centinaio di persone.
Poi ci sono i giovani contadini di Muro Lucano, Genzano, Montemilone, Palazzo San Gervasio, che presero un treno diretto in Belgio, per farsi inghiottire nelle viscere della terra, a lavorare nelle miniere.
Oppure il frate cappuccino di Montescaglioso, che andò in Mozambico, non a predicare il vangelo ma a farlo vivere nelle 270 cooperative formate con le donne di quel paese. Nelle società di credito etico, che hanno aiutato quelle donne e i loro bambini a trovare una strada verso la salvezza. Non quella eterna, ma almeno quella terrena.
Storie di piccoli grandi eroi, che hanno affrontato viaggi estenuanti, umiliazioni e stenti, discriminazioni.
Nel libro queste storie sono raccontate come in un diario (inutile dire che è scritto bene, visto che è scritto da un giornalista :P) e parlano di Lucani di talento, che hanno saputo portare le loro idee innovative anche in Paesi molto innovativi e lì si sono affermati, si sono distinti.
Sullo sfondo, la storia drammatica dell’emigrazione che ancora oggi continua a svuotare i piccoli centri lucani e del mezzogiorno.
Un secolo fa, la scelta di partire era dettata dalla miseria. Ci voleva coraggio per lasciare tutto e andare verso l’ignoto. Non tutti ce l’hanno fatta.
Ma perché i giovani lucani continuano a partire anche oggi? Perchè non spendere il loro talento nella propria terra, “una terra - come scrive con ironia Lina Wertmuller, nella prefazione del libro - rimasta fortunatamente indietro, dove l’avanzare della cosiddetta civiltà, che altrove ha provocato grandi disastri, non ha ancora cancellato in maniera irreparabile quel mondo antico di straordinaria e segreta bellezza, rappresentato dai nostri paesi”.
Ma dove andate ragazzi? C’è tanto da fare qui.