"Alfredo scappa, stanno arrivando, ti vengono a prendere".
A dare l’allarme era la mamma, Annunziata, tutto il giorno affacciata alla finestra per controllare l’arrivo della polizia.
Le retate scattavano soprattutto nelle giornate in cui si tenevano le adunate fasciste.
Per evitare "sorprese" arrestavano chiunque fosse sospettato di tramare contro il regime.

 

Ho provato a raccogliere qualche informazione su mio nonno Alfredo.
Mi dispiacerebbe se si perdesse la memoria di questi piccoli eroi di periferia, che hanno sacrificato tutto per farci vivere in un Paese libero e democratico.
Non ho trovato molto su di lui, giusto qualche aneddoto raccontato da mio padre e da mia zia Anna, ma continuerò a cercare.
Intanto, in questo 25 aprile, mi piace parlare un po’ di lui.
Le note biografiche che seguono sono tratte dal libro di Gianni Rivolta "I Ribelli di Testaccio, Ostiense e Garbatella dal Biennio Rosso alla Liberazione".
La foto segnaletica della polizia fascista l’abbiamo trovata in un archivio storico dei perseguitati politici, insieme a tanti altri documenti dell’epoca.

Alfredo Di Giovampaolo - Nato a Roma il 5 marzo 1907, ope­raio delle officine del Gas, abitava a via G. Miani, tra Ostiense e San Saba. La polizia politica lo teneva sotto controllo.
Dopo l’arresto alle Tre Rose Alfredo verrà condannato a 3 anni di confino a Ponza, che fortunatamente gli verranno tramutati in 2 anni di ammonizione e poi addirittura verrà prosciolto con l’amnistia della fine del 1932.
Va ad abitare in via del Gazometro 19, a due passi dalle offi­cine del Gas dove lavorava. Ma anco­ra nel ‘37 finisce nelle maglie del­l’Ovra.
Questa volta il Tribunale Speciale non fa sconti. Di Giovampaolo viene condanna­to a 2 anni di reclusione che sconterà nelle carceri di Civitavecchia.
Per la famiglia sono anni di miseria e di stenti. La moglie Gina Corsinovi lavora per 10 lire al giorno nello sta­bilimento di mattonelle Aicardi­Capolino al Forte Portuense, ha due figli piccoli, Bruno e Anna, e solo di affitto per la casa di via della Magliana 35, dove la famiglia si era trasferita, paga 80 lire al mese.
«Mio padre - racconta il figlio Bruno - si prestava sempre ad aiutare tutti, di carattere era buono, anche se nello stesso tempo era un tipo molto determinato. Infatti all’epoca era campione laziale di pugilato. Quando uscì dal carcere, venne vigilato per qualche anno e non venne più assun­to all’officina del Gas. Comprò un camion e con altri soci distribuiva la farina dei Mulini Biondi, ma la tbc, che aveva contratto in carcere, lo costrinse al ricovero al Forlanini, dove finì in stanza con Pio Minù un altro antifascista dell’Ostiense. Tra un ricovero e l’altro, insieme a Mario Carrani operò coi Gap della II zona tra Trastevere e Monteverde. La mia famiglia in quel periodo, in seguito allo straripamento del Tevere, si tra­sferì ad Anagni. Facemmo ritorno a Donna Olimpia nel 1941 e il 29 novembre del 1952 mio padre morì. Per tutto quello che aveva fatto gli fu riconosciuto l’assegno mensile come perseguitato politico».

Anche se non ci sono fisicamente, cerco di partecipare in questo modo all’iniziativa promossa da Alberto e Valeria.