Valerio Cataldi è un giornalista che ha sempre fatto questo mestiere con passione, cercando di dare voce a chi non ne ha, raccontando la sofferenza degli ultimi.
Anche quando lavoravamo insieme a Videouno (una delle prime tv private a Roma) si è sempre occupato di disagio mentale, povertà, tossicodipendenza, emigrazione.
Dopo una lunga gavetta, anche Valerio è arrivato in Rai - al Tg2 - dove continua a raccontare quelle storie.
Ne ha raccontata una che parla di "Bambini con la pistola", quelli che le organizzazioni criminali usano per spacciare droga, per riscuotere i soldi dai commercianti vittime del racket, o anche per sparare.
Per questo servizio - andato in onda il 27 gennaio in Tg2 Dossier (per ora il video completo non si può vedere perchè il sito del Tg2 è in ristrutturazione) - Valerio ha ricevuto il Premio Marco Luchetta, dedicato al giornalista della Rai che - insieme ai colleghi Alessandro Ota e Dario D’Angelo - fu ucciso da una granata a Mostar il 28 gennaio 1994.
Stavano realizzando un servizio giornalistico sui bambini vittime della guerra balcanica e anche quella che ha raccontato Valerio è una guerra.
E anche in questa guerra muoiono i bambini.
Questo è un assaggio del reportage.

 

 

 





A volte capita che torno ad appassionarmi al mio lavoro.
Ogni tanto torno a occuparmi dei problemi delle persone, a raccontare il disagio dei più deboli, a denunciare i disservizi, a dare voce a chi subisce i soprusi.
A volte mi capita di fare il giornalista sul territorio - o nella fanga, direbbe Zoro - con gli stessi stimoli che mi hanno spinto, tanti anni fa, a fare questo mestiere.
Non capita spesso, ma quando capita il tempo della mia vita privata si riduce sensibilmente.
Per questo motivo ho smesso di scrivere su queste pagine e ho anche dimenticato - il 21 giugno - di festeggiare il primo anno di vita del mio blog.
Spero che la passione per il mio lavoro non passi mai, ma spero di trovare anche il tempo per coltivare questo spazio, che mi sta aiutando anche a fare meglio il mio lavoro.

E domani si parte, alla scoperta di Global Voices!

La foto è di Francesco.




Amo il mio lavoro, anche perchè mi permette di conoscere persone di ogni tipo.
Questi incontri, a volte, mi lasciano dentro la sensazione di aver vissuto istanti irripetibili, in compagnia di personaggi unici.
Mi è accaduto a luglio dello scorso anno, quando ho intervistato Carlo Colombaioni, un clown, un artista vero.
Un uomo straordinario, che forse non finirà mai nei libri di storia, nonostante abbia fatto qualcosa di importante per l’umanità: ha regalato sorrisi.
Lo faceva con semplicità, con trucchi e giocolerie talmente semplici e ingenui da sembrare impossibili, in questi nostri tempi così complessi.
A Potenza è salito sul palco per l’ultima volta, grazie a Marianna, Cico e Sara che lo hanno invitato, a fare quello che sarebbe stato l’ultimo atto di una vita spettacolare.
Era vecchio, stanco, malato e si muoveva a fatica trascinando la gamba che si era slogato il giorno prima.
Nonostante tutto era lì, perchè quello era l’unico luogo in cui poteva realizzare il sogno della sua vita: far ridere.
Alla fine dello spettacolo era stremato, ma non si è sottratto neanche all’intervista di chi voleva sapere qualcosa di più, di chi gli avrebbe rivolto le domande che gli avevano già rivolto migliaia di volte, in tutto il mondo.
Anche a Potenza si è concesso fino in fondo, come avrà fatto fino all’ultimo istante della sua affascinante vita, finita giovedì scorso.
Non riesco a immaginare un funerale triste per un clown, per questo gli dedico una risata: lo scopo della sua vita.





Ho telefonato al mio amico interista Giovanni per complimentarmi per lo scudetto.
Noi siamo fatti così, non strappiamo gli scudetti degli avversari.

P.S. Giovanni non mi ha risposto. Ma io ho chiamato, la Tim mi è testimone.





I prodigi della tecnologia continuano ancora a stupirmi.
Già mi sembrava un miracolo riuscire a ricevere e inviare posta elettronica dal telefono, ora dal BlackBerry posso anche visualizzare il mio blog in un formato più leggero, ideale per chi si connette con dispositivi mobili (pda, cellulari, wap, symbian, Nokia n95, ecc.).
Ovviamente questa scoperta non è farina del mio sacco. La notizia l’ho appresa dal blog di Daniele Salamina e la trasformazione di Sirdrake.tv in blog-mobile non poteva che essere opera della mia fantastica webmastra Monica, che per fortuna ogni tanto torna da Roma!
Ora lo sapete: se proprio non riuscite a fare a meno di me, potete leggermi anche dal cellulare!





Da tre giorni sto cercando di buttare giù due righe sul MateraCamp, ma i tanti post, i commenti, le foto messe in rete dai tanti partecipanti mi hanno impedito di farlo.
Sto facendo una full-immersion di emozioni. Quelle che abbiamo vissuto in quei due-tre giorni trascorsi a Matera.
Non mi metto a linkare tutti perchè non ce la faccio fisicamente, ma sono convinto che il MateraCamp è andato così bene perchè ha partecipato tanta bella gente.
Tutti stanno parlando di queste giornate in termini esaltanti e non dico altro. Solo due cose.

La prima: un ringraziamento a Clarita che si è trovata improvvisamente a gestire l’organizzazione una manifestazione complicatissima. Lo ha fatto in maniera impeccabile e sempre con il sorriso sulle labbra, anche se non è stata in Fgci.
E’ stata bravissima e con lei hanno dato il massimo anche il suo Gianfranco, la mitica Catepol con husband altrettanto mitico, Donato e gli altri blogger lucani che hanno lavorato per ospitare nel migliore dei modi i campers.
Si poteva fare di più? Meglio? Sicuramente si, ma per come sono andate le cose, tutti hanno dato il massimo.

La seconda: in questo MateraCamp ha prevalso l’aspetto "social", anche se nel dibattito non sono mancati interventi interessanti e appassionati, come quelli di Antonella e Marco, di Elena/Velas, di Alessio (anche se credo sarà migliore ciò che "presenterà" Magda tra un paio di mesi!).
Non voglio fare analisi sociologiche sul fenomeno (non ho neanche la lucidità necessaria per farlo), ma solamente sottolineare che molti dei partecipanti avevano voglia di conoscere, incontrare, re-incontrare, ascoltare, raccontare, ridere, rilassarsi.
Il contesto era quello ideale e ne abbiamo approfittato.
Con Mariangela siamo arrivati a Matera dopo un periodo difficile e abbiamo trovato persone bellissime: quelli che conoscevamo già, gli amici e quelli che abbiamo sentito subito vicini, con i quali abbiamo condiviso momenti intensi, anche di intenso cazzeggio, ma intensi.
Amici? Una definizione impegnativa dopo un solo incontro, ma io ho il brutto difetto di fidarmi delle mie emozioni e delle mie sensazioni. Diego è sicuramente un amico, lo era già prima.
Sono sicuro che Enrico, Diana, Stefano, la Signora Franca, la star Laura (non blogstar, solo star) e Antonio, lo diventeranno presto.

Ah dimenticavo una cosa importantissima: daje!!!!

Le foto sono di Giovy, Googlisti e Epifani (se non sbaglio)

[Aggiornamento] Ieri ho scritto di getto le mie impressioni a caldo (a caldo? dopo tre giorni!).
Oggi voglio aggiungere un saluto alle persone che ho incontrato a Matera e che mi ha fatto piacere rivedere.
Non è una classifica in ordine di importanza, ma rispetta solo l’ordine dettato dalla mia memoria.
Inizio da Susan, anche se non se lo meriterebbe per quello che vota.
Poi Giuseppe, che non conoscevo - né personalmente, né professionalmente - e che è stato una bella scoperta, sotto tutti i punti di vista.
Maxime, che avevo conosciuto a Roma, come il clan campano Manfrys-Lord Zarcon-Kiro.
Gigi e Donato, co-protagonisti della prima puntata del defunto web-to-web.
Le "virago" Marileda e Paola e poi i blogger lucani che - oltre a partecipare - hanno offerto il loro calore agli ospiti: Mirella (che è pure romanista, anche se deve essere rieducata sul rispetto della figura del Capitano), Carlo (che non ci ha fatto trovare l’agognato espressino al bar di DataContact, ma si è impegnato al massimo per soddisfare il nostro palato), Stefania (che ancora non si decide ad aprire un blog), Gioffry e i "potentini" Maria, Vito e Lorenza.
I due mini-blogger Riccardo e il mitico Sebi (che è pure amico mio!)
E ancora, Francesco della Compagnia del Cavatappi che ci ha sfamato, con un buffet meraviglioso e che - secondo me - resta uno dei più interessanti esempi di come, anche in Basilicata, si possa fare impresa sfruttando la rete. Mi piacerebbe che diventassero un modello per molti giovani lucani.
L’ultimo saluto a Giovy, che ci ha fatto la foto più poetica. Questa.

Tutti avranno pensato che si trattasse delle mani dei Silvia e Pietro, prossimi sposi .
In realta siamo noi.
Non avrei mai creduto di fare un post del genere.
Ma alla fine ho ceduto alla tentazione, perchè mi faceva veramente piacere salutare tutti e sicuramente qualcuno l’ho dimenticato.
Farò delle aggiunte day by day.





"Alfredo scappa, stanno arrivando, ti vengono a prendere".
A dare l’allarme era la mamma, Annunziata, tutto il giorno affacciata alla finestra per controllare l’arrivo della polizia.
Le retate scattavano soprattutto nelle giornate in cui si tenevano le adunate fasciste.
Per evitare "sorprese" arrestavano chiunque fosse sospettato di tramare contro il regime.

 

Ho provato a raccogliere qualche informazione su mio nonno Alfredo.
Mi dispiacerebbe se si perdesse la memoria di questi piccoli eroi di periferia, che hanno sacrificato tutto per farci vivere in un Paese libero e democratico.
Non ho trovato molto su di lui, giusto qualche aneddoto raccontato da mio padre e da mia zia Anna, ma continuerò a cercare.
Intanto, in questo 25 aprile, mi piace parlare un po’ di lui.
Le note biografiche che seguono sono tratte dal libro di Gianni Rivolta "I Ribelli di Testaccio, Ostiense e Garbatella dal Biennio Rosso alla Liberazione".
La foto segnaletica della polizia fascista l’abbiamo trovata in un archivio storico dei perseguitati politici, insieme a tanti altri documenti dell’epoca.

Alfredo Di Giovampaolo - Nato a Roma il 5 marzo 1907, ope­raio delle officine del Gas, abitava a via G. Miani, tra Ostiense e San Saba. La polizia politica lo teneva sotto controllo.
Dopo l’arresto alle Tre Rose Alfredo verrà condannato a 3 anni di confino a Ponza, che fortunatamente gli verranno tramutati in 2 anni di ammonizione e poi addirittura verrà prosciolto con l’amnistia della fine del 1932.
Va ad abitare in via del Gazometro 19, a due passi dalle offi­cine del Gas dove lavorava. Ma anco­ra nel ‘37 finisce nelle maglie del­l’Ovra.
Questa volta il Tribunale Speciale non fa sconti. Di Giovampaolo viene condanna­to a 2 anni di reclusione che sconterà nelle carceri di Civitavecchia.
Per la famiglia sono anni di miseria e di stenti. La moglie Gina Corsinovi lavora per 10 lire al giorno nello sta­bilimento di mattonelle Aicardi­Capolino al Forte Portuense, ha due figli piccoli, Bruno e Anna, e solo di affitto per la casa di via della Magliana 35, dove la famiglia si era trasferita, paga 80 lire al mese.
«Mio padre - racconta il figlio Bruno - si prestava sempre ad aiutare tutti, di carattere era buono, anche se nello stesso tempo era un tipo molto determinato. Infatti all’epoca era campione laziale di pugilato. Quando uscì dal carcere, venne vigilato per qualche anno e non venne più assun­to all’officina del Gas. Comprò un camion e con altri soci distribuiva la farina dei Mulini Biondi, ma la tbc, che aveva contratto in carcere, lo costrinse al ricovero al Forlanini, dove finì in stanza con Pio Minù un altro antifascista dell’Ostiense. Tra un ricovero e l’altro, insieme a Mario Carrani operò coi Gap della II zona tra Trastevere e Monteverde. La mia famiglia in quel periodo, in seguito allo straripamento del Tevere, si tra­sferì ad Anagni. Facemmo ritorno a Donna Olimpia nel 1941 e il 29 novembre del 1952 mio padre morì. Per tutto quello che aveva fatto gli fu riconosciuto l’assegno mensile come perseguitato politico».

Anche se non ci sono fisicamente, cerco di partecipare in questo modo all’iniziativa promossa da Alberto e Valeria.





Dopo aver visto l’ennesima creazione di Diego ho iniziato a piangere.
Ancora non ho capito se per le risate o per la disperazione!
Per la serie: "una volta avevo una reputazione", ecco la nona puntata di Tolleranza Zoro.

 





Quando ho aperto questo blog, mi ero ripromesso di non parlare di politica.
Credo che la politica la debbano fare i professionisti della politica. Io faccio un altro mestiere.
Ma alla vigilia delle ultime elezioni ho deciso di dichiarare il mio voto (o il mio "non voto"), perchè ho creduto profondamente nella possibilità di cambiare.
  Ho trascorso gli ultimi giorni di campagna elettorale a Roma e - insieme a Diego - ho rivissuto i giorni della passione politica, quella che avevamo dentro vent’anni fa (anche qualcuno di più) e che - se stimolata nel modo giusto - è sempre pronta a saltare fuori.
Quella passione mi aveva spinto a cercare di convincere tutti gli indecisi, gli amici che volevano votare "la vera sinistra", quelli che non volevano votare. Sul blog, in chat fino alle due di notte, al telefono, al bar.
Ero anche fiducioso, ma è andata male e mi dispiace per le persone, gli amici, i conoscenti, che ho assillato in questi giorni.
Non faccio analisi del voto, perchè non vedo a chi possa interessare la mia analisi del voto.
Condivido completamente quella di Enrico (compreso il seguito), quella di Diego sul blog de La 7 (che parla del drammatico problema del rinnovamento della classe dirigente) e aggiungo solo poche righe che ho scritto tra i commenti del post di Monica (che condivido).

Veltroni va ringraziato per avere finalmente spostato l’Italia verso il bipolarismo.
Non è scomparsa la sinistra. Sono scomparsi i partiti massimalisti e minoritari di una sinistra che è rimasta indietro di trent’anni.
La sinistra c’è. E’ nel Pd e deve fare in modo che questo nuovo partito diventi il riferimento per chi - nel nostro Paese - crede ancora nella nella giustizia sociale, nel rispetto dei diritti, nella solidarietà.
La sinistra c’è e deve fare in modo che nel Pd ci sia sempre meno spazio per gente come la Binetti.
Forse un errore di Veltroni è stato questo: provare a far convivere nel Pd anime troppo diverse, fino a essere accusato di «ma-anchismo».
Può essere vero, ma è anche vero che si partiva da una convivenza ancora più allargata e abbiamo visto a cosa ha portato.
Per ora più di questo non si poteva fare.

Aspettiamo la prossima e ricostruiamo l’alternativa, partendo da tre certezze: i sindaci di Pignola, Pietrapertosa e Castelluccio Superiore, sono del Pd!
Vi pare poco?

 





Non voto per chi dice che un mafioso è un eroe.
Non voto per chi minaccia la guerra civile.
Non voto per chi - accusato di voler  truccare le elezioni - invece di spiegare come stanno le cose, dice di non aver ricevuto alcun avviso di garanzia.
Non voto per chi ha varato una legge elettorale che ci impedisce di scegliere i candidati e garantisce l’ingovernabilità.
Non voto per chi si è alleato solo per occupare poltrone ed è già pronto a spaccare la sua coalizione, portandoci di nuovo alle urne tra pochi mesi (perché non ha voluto  cambiare la suddetta legge).
Non voto per chi specula sulle disgrazie delle persone, per fare propaganda elettorale (a proposito, dove è andata a finire la cordata?).
Non voto per chi - dopo aver detto che il Capitano è fuori di testaminaccia la signora Totti, ricordando che lavora nella sua televisione.
Non voto i partiti che non hanno alcuna possibilità di fermare le persone che non  voglio vedere al Governo.
Però voto.
Perché non è vero che sono tutti uguali.

 

Se siete ancora indecisi, pensateci bene.
Astenersi equivale a votare per chi è più distante da noi.
Se non vi ho convinto io, leggete cosa dicono Sandro Ruotolo e Marco Travaglio (via Stellavale).
E come non condividere anche le motivazioni di Suzukimaruti?

La Foto di Zoro è di Antonio Sofi
La vignetta su Totti è di Molly Bezz